giovedì 26 giugno 2014

Paese di Beltade e Fortezza


qu’uns rais de lor biauté issoit, 
don li paleis resplandissoit 
tot autresi con li solauz 
reluist au main clers et vermauz.
Pulchredo e Fortitudo, Beltade e Fortezza, non sono mai in opposizione nel Medioevo, tantomeno sono, come potremmo pensare oggi, attributi prevalentemente maschili o femminili.
Gli uomini del Medioevo pensavano che l’essenza del divino si potesse cogliere solo attraverso la bellezza, sia essa naturale o artificiale. Se è vero che gli artisti non godevano di grande considerazione, tanto che anche i più grandi come Giotto o Wiligelmo erano ritenuti fondamentalmente dei tecnici, non dei creatori (attributo questo che appartiene solo a Dio), in realtà ogni cosa bella era considerata ornatus mundi, ornamento del mondo: “le stelle in cielo, gli uccelli nell’aria, i pesci nell’acqua e gli uomini sulla terra” e con essi le opere del loro ingegno.
La fortezza è l’opposto della forza bruta, non è mai superbia e mancanza di misura;  la fortezza è  la virtù cardinale della costanza, è la capacità di resistere alle avversità senza scoraggiarsi, di ricercare il bene e il perfezionamento fisico e spirituale.
Di questo binomio abbiamo esperienza ogni volta che posiamo gli occhi sui solidi muri delle chiese e dei castelli, sempre decorati da sculture policrome, da arazzi o da pitture: la bellezza accompagna sempre la fortezza. Allo stesso modo, se leggiamo le imprese di cavalieri e santi raccolte sui codici miniati o ritratte nella magia colorata delle vetrate, vediamo che Fortezza implica necessariamente la Beltade.
La verità è che il Medio Evo non concepiva una bellezza separata dalla visione religiosa della vita, non sapeva pensare a una bellezza maledetta, ispirata da Satana: se il Bello è un valore, allora deve coincidere con il Buono.
Nascono da questa equivalenza sia l’archetipo stilnovista della donna-angelo, colei che attraverso la bellezza è soprattutto di portatrice di Salvezza e dispensatrice di Grazia, sia le impavide eroine e gli affascinanti cavalieri dei poemi più popolari, come la coppia Cligès e Fenice raccontata da Chrétien de Troyes:

Un poco si era il giorno coperto
ma tanto belli erano entrambi
la fanciulla e Cligès, che da loro
un raggio della loro bellezza scaturiva
di cui il palazzo risplendeva
come il sole riluce al mattino
chiaro, brillante e vermiglio

Scriveva di Guglielmo di Conches, che è il vero autore di queste riflessioni, che noi attraverso la rappresentazione artistica apprendiamo la capacità vedere e di capire ciò che è assente.  Sarà così anche per noi.
Nelle notti del borgo, immersi nella rievocazione del passato, circondati dalla bellezza degli stendardi, dall’armonia delle musiche antiche e  ispirati dalle arti sceniche, come uomini del Medioevo, vivremo lo stesso passaggio dai sensi all'intelletto e dall'intelletto ai sensi. Impareremo divertendoci, come da ventisette anni ci consiglia il motto delle feste: Ludendo intelligo.


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